Primum non nocere: Uno scorretto processo di guarigione

Sebastiao Salgados – Dinka Man

“La storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa” Karl Marx

La medicina insegna che una ferita, se curata bene, lascerà una cicatrice poco evidente. Ma se qualcosa andasse storto? Cosa succederebbe?  Invece di svanire aumenterebbe di volume con la formazione di una cicatrice patologica, deturpante; apparirebbe ipertrofica, tumefatta, dolorosa, rossa e pruriginosa. 

Quanto è assurdo pensare alla società come ad una cicatrice ipertrofica? Al risultato di un processo patologico?

Giunti alla seconda ondata di questa pandemia sembriamo impreparati tanto quanto lo eravamo a marzo; il covid ha messo in evidenza la fragilità dell’uomo e dei rapporti umani. 

Ognuno di noi potrebbe raccontare un episodio personale legato al virus:

Famiglie i cui membri vivono separati sotto lo stesso tetto, con l’allestimento di zone grigie e la paura di poter far del male ai propri cari; che si parlano da distanti e non si toccano mai.

Famiglie che colpite dal virus hanno vissuto l’incubo che la malattia potesse peggiorare improvvisamente; e pur sconfiggendola sono rimaste con la paura di non essere guarite. Si vive con il terrore di un incontro sfortunato o di una disattenzione. Tutto ciò lascia una cicatrice che rende insicuri e vulnerabili. 

La tensione generata dal virus è molta, ed ognuno fa il meglio che può. 

A marzo si parlava di rinascita della collettività, si sperava in una riscoperta di noi stessi e di una società capace di donare. Eravamo un’unica entità e come tale ci muovevamo, l’attenzione per il prossimo eguagliava l’attenzione per noi stessi. Ed, in effetti, sembrava che i margini della ferita, per quanto profonda, si stessero rimarginando correttamente e che la guarigione fosse prossima. 

Ma l’arrivo dell’estate, e quel Rt in discesa ha spazzato via ogni buon proposito; si è innescato un processo di rimozione. Un altro agente patogeno si è introdotto e la guarigione è stata compromessa. L’individualismo è prevalso e il senso della collettività è stato dimenticato. 

Ognuno ha voluto riappropriarsi dei propri spazi, che a quel punto non bastavano più. Le necessità del singolo ha sconfinato e si sono ripresentati gli stessi schemi comportamentali menefreghisti di cui la comunità è impregnata facendo crescere un sentimento di solitudine e di disorientamento. 

E dunque continuo a domandarmi: la società, in questo momento, è destinata ad essere una cicatrice patologica? Continuerà ciclicamente a compiere gli stessi errori o riuscirà ad imparare finalmente da essi? 

Irene Puma

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