La testimonianza di una giovane infermiera da un reparto Covid in Sicilia

Pubblichiamo la testimonianza di una giovane infermiera siciliana che da Aprile lavora in uno dei reparti Covid di un ospedale siciliano.

Ormai da Aprile molti reparti dei nostri ospedali siciliani, per fronteggiare lo stato di emergenza sanitaria, sono stati convertiti e attrezzati al fine di accogliere pazienti positivi al Covid-19. Di conseguenza sono stati istituiti bandi di selezione per la formulazione di graduatorie da cui le varie aziende ospedaliere hanno reclutato varie figure professionali da impiegare.

Molti di noi hanno deciso di lasciare un lavoro a tempo indeterminato presso enti privati per un contratto di mesi nel pubblico senza garanzie di rinnovo a fronteggiare un nemico che nemmeno si conosce, tuffandosi nell’incertezza e con la paura di non essere abbastanza capaci e forti per sostenere tutto questo.

Ad Aprile, periodo della prima ondata della pandemia, non si è concretizzato quel dramma tanto atteso per cui, comunque, gli ospedali si erano preparati. Nei reparti di degenza di media intensità o di sub intensiva i ricoveri sono stati pochi e i pazienti paucisintomatici. Il personale si è trovato pronto a fronteggiare, almeno numericamente, l’emergenza in tutta sicurezza.

Terminata l’ondata primaverile, i reparti convertiti in unità Covid sono tornati ad essere degenze ordinarie per tutto il periodo estivo; di conseguenza parte del personale assunto con “contratto Covid” è stato smistato in tutta l’azienda per coprire le gravi carenze di organico presenti già da tempo.
Si è così riusciti a ridurre parzialmente l’eccessivo carico di lavoro di ogni unità operativa, operandone una ridistribuzione sulle nuove risorse umane disponibili.

A settembre la “seconda ondata” tanto temuta ci ha colto di sorpresa.
Il rialzo così vertiginoso dei contagi, realtà mai vissuta alle nostre latitudini, è arrivato precoce e inatteso mettendo in luce i limiti di un sistema non ancora pronto.
Si è ricorsi a chiamate di emergenza rinunciando ai nostri giorni di riposo, sostituzioni in reparti Covid in carenza, tutto fatto con grande spirito di sacrificio e abnegazione da parte di tutti.

Le giornate di lavoro sono impegnative sia dal punto di vista fisico che emotivo; l’impiego dei DPI impone una “bardatura” che ci rende difficoltosi anche gesti più semplici. Anche aprire la fiala di un farmaco con tre paia di guanti e la visiera che a causa del sudore si appanna diventa complesso.
Durante ogni turno di lavoro ci si alterna all’interno della “zona sporca” al fine di svolgere le diverse attività assistenziali riducendo quanto più possibile l’impatto psicofisico che le misure di prevenzione ci impongono. Spesso, però, il carico di lavoro eccede in quanto la complessità assistenziale non sempre è proporzionale alle risorse umane e strutturali. Infatti, nonostante il reclutamento di infermieri, oss e medici, persiste spesso un rapporto sproporzionato personale sanitario-paziente che inficia la qualità dell’assistenza.


Capita infatti di presentare malesseri durante il turno, legati a squilibri idro-elettrolitici e all’impossibilità di idratarsi ed espletare i bisogni fisiologici per diverse ore. È capitato infatti spesso di dovere fornire assistenza a colleghi che sono stati male durante il turno una volta usciti dalla zona sporca o poco prima di entrarvi.
Una volta terminato il turno nella zona sporca, guardandoci allo specchio e vedendo i segni dei dispositivi sui nostri volti e le divise zuppe di sudore, pensiamo a quello che abbiamo lasciato dentro e continuiamo a lavorare nella zona pulita espletando tutto ciò che concerne l’iter burocratico e stando sempre in allerta attendendo le chiamate dei colleghi che sono dentro.
Ad accompagnare le nostre attività quotidiane c’è anche la paura di contagiarsi ed essere veicolo dell’infezione nelle nostre famiglie.

Dall’inizio della pandemia la nostra professione ha acquistato una visibilità mai avuta prima e la gente ha scoperto il valore di una professione che da sempre esiste ma che ora, più che mai, si fa vicina e risponde prontamente al bisogno di salute.
Indipendentemente dal Covid noi infermieri siamo sempre stati abituati ad avere un contatto diretto col paziente, essendo i primi a rispondere alle sue necessità assistenziali; i DPI ostacolano, oltre che la fluidità dei nostri movimenti, anche la relazione che si instaura durante il processo di cura.
Ciononostante sentirsi chiamare per nome anche se non lo abbiamo scritto sulla tuta, perché il paziente ha imparato a riconoscerci dallo sguardo o dalla voce, ripaga ogni goccia di sudore e ogni sacrificio fatto.”

Una giovane infermiera

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