Instagram, i meme e l’arte: quando la critica si innova

Nell’ultimo decennio i social network hanno intessuto con il settore culturale molteplici forme di relazione: dalla promozione alla divulgazione, dalla creazione di una community alla valorizzazione del patrimonio e del brand, solo per citarne alcune. Instagram è assurto a mezzo di comunicazione principe tra quanti operano nel settore delle arti visive, complici l’orientamento della piattaforma verso l’immagine a sfavore del testo, la semplicità accattivante del layout, la democraticità e la sua diffusione capillare. Ai giorni nostri avere un account Instagram è un imperativo anche per gallerie e fondazioni, artisti emergenti e collezionisti – specie se alle prime armi – avendo mutuato la logica vigente già in altri social del “Se non ci sei, non esisti”. Così, in dieci anni, l’arte su Instagram ha finito per emulare lo stesso sistema dell’arte, creando i propri influencer e le proprie star, gli hashtag di tendenza e le mode, eleggendo gli account più cool e i propri meme (o memi, che dir si voglia), in un dialogo costante tra reale e virtuale che ha portato alla consacrazione di nuovi talenti e talvolta ad un veloce tramonto delle vecchie stelle. Esistono ad oggi gallerie che scelgono gli artisti da rappresentare a partire dalle opere presenti sul profilo di quest’ultimi, collezionisti che fanno acquisti tramite direct message, performance interattive visibili in live tramite le pagine di artisti e, ancor più notevole, si è consolidato un vero e proprio filone artistico di opere “instagrammabili”, ossia nate e commercializzate, spesso esclusivamente, su Instagram. E se da un lato rimane aperto il dibattito su quanto alcuni di questi lavori possano essere considerati arte (non mancano infatti le defezioni di artisti che hanno scelto un più tradizionale basso profilo, lontano dagli schermi dei cellulari, difensori di un’umanità che non si rassegna a ridursi ad un centinaio di emoticon), dall’altro l’utilità promozionale derivante dal curare in chiave strategica le proprie pagine social – che diventano una sorta di biglietto da visita dell’artista così come della galleria o del museo – è documentata in numerosi saggi e studi. Grazie alle continue innovazioni e agli aggiornamenti da parte del provider, artisti e creativi possono sperimentare per i loro profili i più disparati linguaggi promozionali e non mancano esempi di chi, come Silvio Salvo, Social Media Manager per la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino (@fondazionesandretto), è stato capace di sovvertire completamente le regole del gioco generando contenuti di spicco in un contesto in cui la maggior parte dei post si limita ancora alla mera informazione circa la prossima mostra o sul giorno e l’ora di un evento, con scarsa attenzione alla proposta di contenuti di qualità e al coinvolgimento del pubblico.

Fonte: Fondazione Sandretto Re Rebaudengo

Il far west della comunicazione artistica su Instagram rimangono tuttavia i meme. Questi contenuti sono oggetto di una accesa e più ampia discussione di carattere sociologico che vede contrapposti quanti li considerano una forma d’arte partecipata, frutto dell’estetica contemporanea e potenti strumenti di espressione del disagio sociale, e i loro detrattori, che vedono nella ripetitività dei contenuti l’incarnazione più aberrante del conformismo contemporaneo e la manifestazione della massificazione portata dalle piattaforme social. Eppure, i meme, centri gravitazionali nel caleidoscopico cosmo dei social network, invadono oggi i nostri cellulari e corrono veloci quasi quanto le notizie che ne sono lo spunto. Ed è proprio nella ridotta variabilità dei meme che risiede la loro potenza comunicativa: il fruitore diviene ri-creatore, ne attualizza il contenuto e l’immagine in un nuovo contesto e in infinite declinazioni dalle sfumature talora comiche e altre volte paradossali, comprensibili solo ad uno o più determinati gruppi di rifermento. Resi possibili dalla facilitata riproduzione digitale e dall’evoluzione nelle tecniche di modificazione dei contenuti, i creatori dei meme (i memer) e i loro consumatori fanno dunque parte della stessa categoria di utenti e sono egualmente coinvolti in una continua opera di produzione, consumo e riciclo delle immagini che sta incidendo significativamente la cultura contemporanea e lasciando un’impronta anche sul mondo dell’arte. I profili interamente dedicati ai meme con oggetto l’arte contemporanea, infatti, pur partendo da un intento umoristico e satirico, puntano un riflettore sulle contraddizioni e le incoerenze del sistema fortemente elitario dell’arte contemporanea, criticando la logica del “winner takes all” ed esprimendo il disagio di quanti gravitano all’ombra di tale meccanismo in cui il merito è il più delle volte sottomesso alle raccomandazioni, alle amicizie o a vere e proprie strategie di marketing che non tengono in alcuna considerazione le qualità artistiche delle opere, ma solo la loro vendibilità.

Fonte: elaborazione propria

In questo contesto si collocano alcune tra le più popolari pagine di meme sull’arte a livello internazionale. Una di queste è @the_art_gorgeous, pagina i cui inconfondibili meme dalla scritta rosa ironizzano sulla condizione delle numerose “gallerine”, le sottopagate (ma non mancano anche gli uomini) dipendenti delle grandi gallerie, costrette a destreggiarsi tra i fluidi ruoli di segretaria, assistente alle vendite, registar, curatrice, responsabile della comunicazione, la propria vita sociale e familiare e le ambizioni artistiche. Con un’affine verve comica nascono @freeze_magazine e @jerrygogosian, account che prendono umoristicamente di mira l’intero sistema, dalle gallerie più prestigiose alle fiere, dai noti critici agli artisti più in voga, rei di perpetrare la natura elitaria del mercato. Un carattere di più aperta contestazione ha invece la pagina @thewhitepube, il cui nome riprende una celeberrima galleria londinese con sede anche ad Hong Kong, diretta da Zarina Muhammad e Gabrielle De La Puente, due artiste che si autodefiniscono “critiche part-time, irresponsabili e non professionali”. Il profilo nasce dalla volontà delle due ragazze di opporsi ad un sistema che, nonostante l’emancipazione femminile, continua a privilegiare artisti maschi, bianchi e anglo-sassoni. E in Italia? Anche nel Bel Paese esistono delle pagine che fanno satira sul sistema dell’arte e fra esse la più seguita è @makeitalianartgreatagain, l’irriverente account con oltre 12.500 follower, gestito dall’artista e memer Giulio Alvigini. Nata sulla falsariga dell’annoso dibattito sull’identità italiana nell’arte visiva e titolata in chiave trumpiana con tanto di cappellino rosso, la pagina ironizza sulle istituzioni e i luoghi comuni dell’arte nazionale, giocando con gli stereotipi e le immagini più ricorrenti per coloro che operano nel settore.

Questi sono solo alcuni dei più celebri profili che ironizzano sul sistema: attorno ad essi ruota una costellazione di pagine che a vario titolo creano post e meme sull’arte. Si va infatti dagli account che creano simpatiche vignette a partire dai quadri, come @classicalartshits, alle pagine in cui gli artisti esplorano in prima persona le possibilità dei medium contemporanei più in voga al fine di perseguire i loro progetti artistici: ne sono esempi @bradtroemel, @cbhoyo ma anche @mauriziocattelan, pagina ufficiale dell’artista che dal 2017 al 2019 ha accolto la sua iniziativa “The single post Instagram” per la quale il profilo ha ospitato un solo post per volta, sfidando il funzionamento stesso del social network che di norma è incentrato sull’accumulo di like e commenti.

Fonte: elaborazione propria

Il bello di Instagram appare proprio questo: quel mix tra l’infinita possibilità di sperimentare un nuovo mezzo espressivo, la sua capacità di raggiungere in maniera trasversale tutte le fasce della società, la carica innovativa e l’opportunità per chi se ne serve di prendersi un po’ meno sul serio, di strappare un sorriso agli addetti ai lavori, sfidando l’austerità che il più delle volte contraddistingue i luoghi fisici in cui si fa arte.

In questa scia si collocano, ad esempio, le pagine di personalità quali Francesco Bonami (@thebonamist), Jerry Saltz (@jerrysaltz) e Hans Ulrich Obrist (@hansulrichobrist), importanti critici e illustri direttori – nonché artisti – che hanno scelto di approcciare i loro follower in maniera estremamente goliardica.

La sperimentazione sui punti di incontro tra i social e il mondo dell’arte è tutto sommato ancora agli inizi e delle varie sfaccettature è difficile produrre un esaustivo resoconto. Tuttavia, nella varietà di espressioni emerge un’unica imprescindibile regola: rifuggire l’esempio dei “normie”, coloro che, per il loro conformismo, non hanno semplicemente nulla da dire.

Federico Sannasardo

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