Fase 2: una voce dalla movida. Il Chiasso Bar.

Foto di Maria Francesca Saija

Sull’annuncio del 26 Aprile – riguardante la FASE 2 del Presidente del Consiglio Conte le aspettative erano sicuramente alte. Imprese di ogni categoria si aspettavano una regolamentazione delle loro attività, la possibilità di riaprire in modo sicuro per poter ritornare, con le giuste accortezze, alla tanto attesa e sospirata normalità. Lo scenario siciliano non si discosta da quello di altre regioni: anche qui, come nel resto d’Italia, il malcontento cresce. Ma al contempo ci si chiede: “il Governo avrebbe potuto agire in modo diverso?”.

Prova a rispondere a questi dubbi Giovanni Chiossone proprietario del “Chiasso Bar”, uno dei locali più in voga a Palermo. Siamo in via Lattarini, alle spalle di Piazza Sant’Anna: epicentro ormai da diversi anni della movida palermitana. Il Chiasso, così chiamato comunemente dai ragazzi/e che lo frequentano, è nato da pochi anni ma è riuscito subito ad imporsi nello scenario dei locali notturni del centro storico.

  • Di recente a Milano molti imprenditori, proprietari di bar e ristoranti hanno deciso di protestare all’Arco della Pace, mostrando il loro dissenso verso la linea politica intrapresa dal governo. Anche qui a Palermo gli imprenditori hanno protestato, lasciando simbolicamente accese le luci dei locali vuoti per tutta la notte. C’è stata una risposta da parte del comune? Avete in programma altre proteste simili? 

“Noi abbiamo fatto questa manifestazione e alla domanda: “c’è stata una risposta da parte del comune?” devo rispondere di no. Palermo – tra l’altro – è una delle poche città in Italia in cui si vuole optare per la riapertura della Ztl nel centro storico. C’è stato un incontro simbolico con Orlando, ma niente di più. Doveva essere un incontro fisico, ma alla fine si è tenuto via Skype e hanno partecipato solo pochi imprenditori. Proteste simili ce ne sono molte, poi sta a singolo partecipare o meno. Io personalmente sono molto scettico, sto continuando a seguire alcune iniziative. Spero che la nostra categoria riesca a trovare una linea comune per agire.”

  • Il decreto “Cura Italia” ha previsto una moratoria per le micro, piccole e medie imprese con sospensione del pagamento delle rate e dei mutui fino al 30/09 e anche la possibilità di richiedere finanziamenti fino a 25.000 euro. Come ne sta beneficiando il Chiasso?

“Per i mutui ci sono state delle moratorie ma gli interessi rimangono cumulabili, quindi il problema è stato solo spostato. Non ci sono stati degli aiuti a livello di finanziamenti con liquidità dirette e la questione dei 25.000 euro rimane un prestito, il cui importo si basa su una percentuale – il 25% – del fatturato annuale fino alla soglia massima di 25.000 euro. Quindi se un’azienda ha aperto a gennaio non può richiedere questi soldi. Di base non è un aiuto concreto: ne possono tranne un certo beneficio solo le aziende che già prima lavoravano bene, e questo non è valido per la gran parte delle aziende in Sicilia. Io li ho richiesti e mi faranno comodo, ma non sono soldi a fondo perduto: la somma deve essere restituita entro sei anni.”

  • Se domani il presidente del consiglio Conte dovesse annunciare una riapertura che misura prenderesti per adeguarti alle nuove normative sul distanziamento sociale? 

“Se il Presidente del Consiglio dovesse annunciare ora una riapertura sarebbe un problema per molti. Personalmente pulirò e sterilizzerò il mio locale. Immaginando uno scenario futuro, essendo Il Chiasso molto piccolo, potrei far entrare una persona alla volta oppure decidere di servire direttamente dalla finestra. Al tempo stesso dovrò inventare qualcosa per evitare eventuali assembramenti all’esterno. Essendo la mia un’attività che funziona come “’asporto”, in cui da sempre si beve fuori, penso che ne risentirò meno di molti altri. Ma non sarà facile per nessuno. Penso ad esempio ai locali al chiuso. Se prima i proprietari riuscivano a coprire i costi solamente riempiendo il locale al massimo, adesso come fare con le normative sul distanziamento sociale che porteranno ad almeno un dimezzamento della capienza?”

  • In cuor tuo pensi che le scelte del governo di rimandare l’apertura delle vostre attività sia una scelta giusta o sbagliata?  Considerando che in Sicilia rimangono circa 2000 positivi e che i posti in terapia intensiva sono limitati?

“Per me rimandare l’apertura è giusto. Soprattutto perché ad oggi mancano linee guida sia di pertinenza igienico-sanitaria che di altro tipo. Aprire ora sarebbe una cosa sbagliata. E come dicevo prima non noto liquidità a fondo perduto: gli imprenditori che lavorano nel mio campo, tutto il settore Horeca (n.d.a. acronimo di Hotellerie-Restaurant-Café) non hanno dei punti fermi. Ci saranno molti di noi, compreso me, che dovranno pagare arretrati e fornitori. Aprire adesso, in mancanza di un decreto che ci aiuti concretamente, non avrebbe senso. Anzi: sarebbe un suicidio per un buon 60-70% della categoria”

  • Alcuni imprenditori hanno confessato che tra le motivazioni per cui hanno paura di aprire rientrano le possibili denunce civili e penali da parte di lavoratori e clienti di essersi ammalati in quel luogo, anche tu hai questa paura?

“Io penso che il problema potrebbe essere per i lavoratori, ma personalmente non ho questa paura dato che la mia è un’impresa a conduzione familiare. Per quanto riguarda i clienti non credo sarà possibile gestire al 100% la situazione, per noi come per qualunque altra attività. Ma, a meno che il locale non sia uno schifo o che all’interno i gestori permettano abbracci e assembramenti, non mi aspetto di avere problemi. Questo con l’ovvia premessa di muovermi sempre nel rispetto massimo delle direttive.”

  • Cosa ti aspetti dal futuro? Hai qualche paura a riguardo?

“Non mi aspetto niente, nel senso che sto semplicemente aspettando di capire come si potrà riaprire. Nonostante io abbia un’attività molto piccola e dunque con costi molto bassi, lavoro con la piazza, con la gente. Perciò fino a quando non si sistemerà la situazione, fino a quando non sarà concesso di uscire io non vedo futuro. Ma come non lo vedo per me non lo vedo per tanti altri.
Proprio nel mio caso – essendo il mio locale “da asporto” – bene o male potrò galleggiare, anche se mi aspetto un anno difficile. Ma ci sono tante attività diverse dalla mia che ne risentiranno pesantemente. In molti stanno decidendo di non aprire mai più: penso a quelle attività che vanno avanti a pagamenti a lungo termine (a 60-90 giorni) e poi, arrivati alla scadenza, non potranno coprire questi debiti perché hanno lavorato poco.
Tornando ai 25.000 euro di prima: l’unica soluzione sarebbe forse quella di darli a fondo perduto ed eliminare le tasse per agosto-settembre. Posticipare la scadenza dei pagamenti sottintende che comunque questi importi dovranno essere pagati: come si fa non lavorando? Se noi riaprissimo ora lavoreremmo con gli stessi costi di gestione di prima ma con incassi almeno dimezzati. Se io prima incassavo 10 e avevo i costi per 7, riaprendo domani avrei i costi per 7 e incasserei 4 o 5.“

Irene Puma e Maria Francesca Saija

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