Senza tempo e nel proprio spazio: La biocronologia umana e l’infraordinario

Se la mia mente ed il mio cuore fossero stati più ambiziosi, nella prospettiva di reagire al buio e alla solitudine, sarei scesa in una grotta, senza orologio, e avrei fatto, del tempo che scorre, una sfida da affrontare. Avrei fatto tesoro di ogni goccia d’acqua che fosse colata dalle pareti della grotta, immaginando delle melodie, cercando una corrispondenza col battito del mio cuore, considerando il suo ritmo come unico riferimento temporale.


Se prima di isolarmi avessi attentamente osservato il mondo esteriore, i colori, la luce, e avessi raccolto e protetto nella mia memoria i sorrisi e gli sguardi delle persone altre che me, avrei avuto una riserva di bellezza da lasciar fuoriuscire goccia a goccia dalla mia mente. In un momento di scoraggiamento, tuttavia, questa riserva si sarebbe emorragicamente svuotata, perché recuperassi le forze. Successivamente mi sarei ritrovata che con me stessa e con le mie passioni. La perseveranza nello studio, la certezza che mai la scienza e la cultura mi tradiranno, sono sempre stati una grande motivazione per non arrendermi.


Ma, se il buio avesse oscurato la mia ostinazione, avrei cominciato a tremare nella notte che sarebbe stata, ormai, anche il mio giorno, e brancolando nel buio, le braccia tese alla ricerca del sole, avrei gridato, e le pareti avrebbero rigettato l’eco della mia voce.

Avrei preso il necessario, mi sarei sentita vigliacca, e sarei tornata a guardare il sole.


Michel Siffre è uno speleologo francese e uno dei precursori della biocronologia umana. Ha compiuto centinaia di esplorazioni in grotte e caverne, sperimentando la permanenza in isolamento “fuori dal tempo”: per periodi da due a sei mesi, è rimasto all’interno di grotte, senza alcuna possibilità di controllare lo scorrere del tempo, allo scopo di studiare le reazioni e il comportamento dell’organismo umano, osservando una modificazione del ritmo circadiano.

La variazione della temperatura corporea sembra spostarsi fino a un ciclo di 25 ore, mentre l’impatto più evidente, è quello sul ritmo sonno-veglia, che si allunga fino a vivere “giornate di 36 ore“, che psicologicamente risulta essere dovuto a una riduzione della percezione temporale. Dopo le esperienze in isolamento Siffre si riadattava alle ufficiali 24 ore con difficoltà e dopo settimane.


Senza dubbio è possibile creare un parallelismo tra le esperienze dello speleologo francese e la forma d’isolamento che stiamo vivendo in questo periodo. La differenza fondamentale è la libertà di scelta, la motivazione intellettuale che Siffre aveva nel confinarsi, cosa che a noi è stata imposta, senza conoscerne l’effettiva durata.

Naturalmente però anche il nostro ciclo sonno-veglia sta rischiando di essere alterato: alcune persone hanno avuto paura. È sufficiente non dormirci una notte per modificare il ritmo delle settimane successive; altre persone sprecano meno energie del solito, altre vivono da sole e si lasciano accompagnare dalle loro naturali tendenze biocronologiche.

Lasciarsi andare a un tempo diverso o mantenere il ritmo sociale?

Sicuramente un individuo che continua a vivere in una micro-società, quale una famiglia, avrà una certa tendenza a restare più o meno legato a un ritmo constante di 24 ore; altre persone sentiranno la necessità di allentare. Se il tele-lavoro non richiede una presenza a un orario preciso, se si vive da soli, lo stesso Siffre conferisce legittimità all’appagamento della propria biocronologia: la società, per una volta, rilassa il suo ritmo incalzante.

Approfittane per ritrovarti nel tempo che non è altro che tuo. Il proprio tempo, il proprio spazio, l’infraordinario.

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Georges Perec, in un estratto de “L’Infra-ordinario“, pubblicato nel 1989, interroga l’abituale.

Ciò che ci parla, mi sembra, è sempre l’evento, l’insolito, l’extra-ordinario : cinque colonne in prima pagina, grossi titoli. I treni non cominciano a esistere finché non deragliano, e più morti ci sono tra i viaggiatori, più i treni esistono; gli aerei non accedono all’esistenza se non quando vengono dirottati […] più sono i morti e meglio è per l’informazione se le cifre non smettono di aumentare! È necessario che dietro un evento ci sia uno scandalo, una perdenza, un pericolo, come se la vita non dovesse rivelarsi se non attraverso lo spettacolare, come se il parlante, il significativo, fosse sempre l’anormale: cataclismi naturali, rivoluzioni storiche, conflitti sociali, scandali politici…


Dov’è tutto il resto, ciò che noi viviamo? Il banale, il quotidiano, l’ordinario: l’infra-ordinario? Non ce lo chiediamo, perché ci siamo abituati, siamo anestetizzati, nel nostro sonno senza sogni.


Perec desiderava rivenire alle origini dell’antropologia, guardare all’endotico, non più all’esotico.

Interrogare l’abituale. […] Noi respiriamo, certo; noi camminiamo, apriamo delle porte, scendiamo delle scale, ci sediamo a tavola per mangiare, ci corichiamo su un letto per dormire. Come? Dove? Quando? Perché? […] Mi importa poco che [queste domande] siano futili: è esattamente questo che le rende altrettanto, se non più, essenziali di tante altre attraverso le quali abbiamo vanamente tentato di captare la nostra verità.


Lo scrittore, si ritroverebbe, oggi, in questa situazione paradossale: straordinario e ordinario stanno convivendo. Siamo costretti a vivere l’abitudine, a osservarla, nel momento in cui “l’informazione spettacolare” rischia di toccare tutti da vicino. Siamo quasi obbligati, o molto propensi, a rispondere alle sue domande sul come, dove, quando e perché mangiamo, ci svegliamo, pensiamo, sentiamo. Di fronte a un pericolo esterno e costante, a un evento singolare per le nostre generazioni, siamo sul nostro letto, sulla sedia della nostra cucina o sul divano del soggiorno ad osservare i nostri movimenti mentre ascoltiamo quante vittime, oggi rispetto a ieri, il virus sta mietendo.


Leggiamo articoli, ascoltiamo il telegiornale, ma poi il nostro sguardo, il nostro udito, cambiano direzione, attraversiamo il nostro spazio, ascoltiamo il nostro corpo, torniamo a vivere il nostro tempo, come suggerisce Siffre, cediamo al nostro ritmo.


E quando i nostri doveri della giornata finiscono, quando le notizie ci deprimono, quando abbiamo esaurito la voglia di osservare il nostro fiato che ci tiene ancora in vita, quando abbiamo finito le parole da dire a chi condivide con noi questi giorni, allora è il momento di rifugiarci in un extra-ordinario nell’infra-ordinario. Tutti i “luoghi-altri” a cui arriviamo con ogni mezzo immateriale, che siano foto, dipinti, poesie, libri, canzoni.

L’arte come fuga, oggi più che mai, e come mezzo salvifico per le nostre menti stanche.

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Dora Roccaforte

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