La Stanza della Segnatura: modernità e attualità di un messaggio dal Rinascimento

Il 6 aprile del 1520, a soli trentasette anni, moriva uno dei più importanti artisti mai esistiti: Raffaello Sanzio da Urbino. Un mese fa, il 5 marzo 2020, veniva aperta al pubblico una mostra alle Scuderie del Quirinale che avrebbe dovuto celebrare il cinquecentesimo anniversario della morte di questo grandissimo artista. Ma quelle sale, in questi giorni davvero inaspettati, sono vuote e silenziose. Come vuota e silenziosa è una stanza abituata ad essere attraversata quotidianamente da migliaia di persone. Si tratta della Stanza della Segnatura, parte del percorso dei Musei Vaticani. È una peculiarità dei grandi artisti la capacità di saper comunicare contenuti universalmente validi, e la Stanza della Segnatura è uno di quei luoghi in cui questa capacità si è espressa al massimo grado, e ancora oggi, in questi giorni in particolare, nonostante il silenzio in cui si è venuta a trovare, riesce a comunicare con forza il suo messaggio.

È l’estate del 1508 quando papa Giulio II della Rovere affida il compito di affrescare le stanze dei suoi appartamenti ad un gruppo di pittori provenienti da diverse parti d’Italia. A questo gruppo si unirà di lì a poco anche Raffaello che diventerà ben presto il responsabile dell’intero complesso decorativo. La prima stanza ad essere affrescata è proprio la Stanza della Segnatura che prende il nome dal più alto tribunale della Santa Sede, la Segnatura Gratiae et Iustitiae, e che Giulio II adibì a biblioteca e studio privato. La Biblioteca comprendeva quattro settori fondamentali dedicati rispettivamente alla Filosofia, alla Teologia, alla Poesia e al Diritto. Il programma iconografico, guidato molto probabilmente da un erudito della curia, si collega alle funzioni dell’ambiente e ha il compito di illustrare ed esaltare le massime espressioni dell’uomo attraverso un sistema capace di coniugare dottrina cristiana, antichità classica, programmi politici papali e cultura contemporanea. Un complesso sistema figurativo dunque strettamente collegato al luogo e al contesto in cui nasce, ma che si dimostra essere di una straordinaria modernità grazie alla comunicazione di messaggi capaci di attraversare i secoli e di giungere fino ai nostri giorni.

Scuola di Atene

L’affresco più noto è sicuramente la celebre Scuola di Atene. Un grande palcoscenico sul quale, in un intrecciarsi di gesti, di moti e di espressioni, sono coinvolti i grandi spiriti dell’antichità classica e non solo. Al centro spiccano Platone con l’indice teso verso l’alto ad indicare il mondo delle Idee, e Aristotele a riportare l’attenzione sul mondo sensibile. E poi Socrate, Eraclito, Diogene, Pitagora, Euclide, Zoroastro, l’ateo Epicuro, il musulmano Averroè e altri ancora. Al di là delle interpretazioni relative ad ogni singolo personaggio, il messaggio che Raffaello vuole comunicare è sostanzialmente uno, e per capirlo bisogna alzare lo sguardo e rivolgere l’attenzione alla volta della stanza. Su di essa vengono infatti rappresentati quattro medaglioni, uno in corrispondenza di ogni parete. Entro ognuno di essi la figura allegorica relativa al settore intorno al quale si costruisce l’affresco di ogni parete.

La Sapienza

Il medaglione relativo alla Scuola di Atene accoglie la raffigurazione della Sapienza, una donna accompagnata da due putti intenti a sostenere due tabelle su cui sta scritto in latino CAUSARUM COGNITIO: conoscenza delle cause. Quello di Raffaello è sostanzialmente un invito alla conoscenza. Un invito alla ricerca profonda delle cause che governano ogni aspetto della realtà, dal moto dei pianeti alla conoscenza dell’animo umano. L’uomo, ci dice Raffaello, è un essere razionale e come tale ha il dovere di conoscere, di capire, di studiare e di informarsi. A prescindere da tutto. Perfino, ed è significativo visto il luogo in cui ci troviamo, a prescindere dalla propria professione di fede. Il dovere della conoscenza: “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza” scriveva Dante nella Commedia ed è lo stesso il messaggio che vuole comunicare Raffaello. Un messaggio valido dunque in ogni tempo, ma che diventa particolarmente carico di significato in questi giorni che stiamo vivendo.

La Disputa del Sacramento

Sulla parete di fronte alla Scuola di Atene troviamo un altro affresco di uguali dimensioni, la cosiddetta Disputa del Sacramento. Fulcro della composizione è l’asse centrale costituito dall’Eucarestia e dalla Trinità. Attorno a questo asse si dispongono in alto la Chiesa Trionfante composta dalla Vergine, dai santi, dai patriarchi e profeti, e in basso la Chiesa Militante, la comunità terrena fatta dai Dottori della Chiesa, da teologi, papi e cardinali. È l’omaggio alla Religione, ma questa volta l’invito è diverso. I misteri della Religione non vanno infatti studiati per essere capiti: non bisogna conoscerli, ma accettarli.

La Teologia

La figura allegorica della Teologia lo dice chiaramente: DIVINA[RUM] RER[UM] NOTITIA. Rivelazione delle cose divine, non conoscenza. L’affresco è un’esaltazione dei misteri della fede a cui l’uomo con la sola ragione non può giungere. Dio rivela questi misteri, ce ne dà notizia, ma sta a noi decidere se accettarli o meno. È chiaro che, essendo negli appartamenti di un papa, l’argomento dell’affresco non può che essere la rivelazione cristiana, ma anche qui è possibile leggere in filigrana un messaggio che nel contesto dell’intero programma iconografico assume un tono più generale. L’uomo non è semplicemente un essere razionale. È anche un essere spirituale alla ricerca di una trascendenza, di una verità soprannaturale, inspiegabile sì ma che possa essere complementare alla ricerca della verità razionale alla quale siamo stati invitati con l’affresco precedente. Le recenti immagini di Papa Francesco in preghiera davanti una Piazza San Pietro deserta sono estremamente eloquenti in tal senso. Per tutti, cristiani e non.

Il Parnaso

Ma la spiritualità dell’essere umano ha diversi modi per nutrirsi e per esprimersi. Uno di questi è la Bellezza. La Bellezza della Poesia, della Musica e dell’Arte.

La Poesia

E infatti la Poesia, così come viene presentata in uno dei quattro medaglioni della volta, è ispirata dal divino: NUMINE AFFLATUR. In accordo con la dottrina neoplatonica infatti, la Bellezza delle arti che gli artisti consegnano alle loro opere è anch’essa strumento per elevarsi rispetto alle contingenze del reale. È questo il motivo per cui una divinità pagana come Apollo, circondato dalle Muse simbolo di tutte le arti, può trovare una degna collocazione nella stanza di un appartamento pontificio. L’affresco in questione è conosciuto come Il Parnaso e raffigura attorno ad Apollo e alle Muse poeti di ogni tempo, antichi e moderni: in alto, sulla sinistra, i poeti dei poeti Omero, Virgilio e Dante e poi la poetessa Saffo, Orazio, Ovidio, Petrarca, Boccaccio, Ariosto e altri ancora. L’Arte è forse l’espressione che più avvicina l’uomo a Dio. E se, anche in questo caso, l’intento è quello di conciliare questa visione con la dottrina cristiana, chiunque si trovi davanti a quest’opera non può fare a meno di chiedersi che cosa sarebbe la vita dell’uomo su questa terra senza la consolazione della Bellezza. Come si amplificherebbero le difficoltà della vita se non ci fossero l’Arte, la Musica e la Letteratura ad offrirci un motivo di conforto, anche solo per poco. E in momenti di difficoltà come quello che ci troviamo a vivere questo conforto si è dimostrato più utile che mai.

Virtù e la Legge

Ma la Sapienza, la Rivelazione della religione e l’Arte non bastano. Serve anche qualcosa che riesca a regolare con certezza e fermezza tutti questi aspetti: è il compito che spetta al Diritto. È questo il tema del quarto ed ultimo affresco. L’affresco è introdotto dalla figura allegorica della Giustizia accompagnata dall’iscrizione IUS SUUM UNICUIQUE TRIBUIT (il Diritto dà a ciascuno il suo) e raffigurata con gli attributi che le sono tipici: la spada e la bilancia. La prima per punire, la seconda per misurare torti e meriti. Perché quel “a ciascuno il suo” significa certamente dare quanto spetta ad ognuno di noi, ma ogni diritto porta con sé un carico di doveri e di responsabilità.

La Giustizia

Si tratta chiaramente di un principio sempre valido ma nel particolare momento di emergenza come quello che stiamo vivendo il gioco di questa bilancia tra diritti e doveri si fa particolarmente delicato. La garanzia dei diritti fondamentali deve essere una priorità, ma d’altra parte il contributo di ogni singolo individuo è altrettanto indispensabile, e qualora questo venisse a mancare è giusto che vi sia una punizione. È questo il meccanismo che regola il Bene comune e che trova la sua espressione nei due corpi legislativi fondanti per la storia del Diritto: il Diritto Civile, la cui istituzione viene raffigurata alla sinistra dell’affresco tramite la scena della consegna del Corpus Iuris Civilis all’imperatore Giustiniano; e il Diritto Canonico esemplificato dalla scena dell’approvazione delle Decretali, parte del Corpus Iuris Canonici, da parte di Gregorio IX sulla parte opposta. Ma le leggi per essere buone devono essere governate ed ispirate non solo dalla Giustizia, ma anche da altre virtù. Le Virtù cardinali innanzitutto, che qualunque uomo, indipendentemente dalla sua fede, può avere e che dunque sono distintive dell’uomo stesso. Una è la stessa Giustizia di cui si è già detto. Le altre, rappresentate nella lunetta in alto, sono la Fortezza con un ramo di quercia (allusiva a Giulio II della Rovere), la Temperanza con le redini in mano e la Prudenza che guarda in uno specchio. L’essere umano riesce a manifestarsi in tutta la sua pienezza quando riesce ad interiorizzare queste virtù e a farne uso: quando dunque è giusto verso il prossimo, quando si dimostra forte di fronte alle avversità della vita, quando sa governare i propri istinti, e quando è prudente e sa guardarsi dai pericoli. E oggi più che mai siamo invitati a far nostra ognuna di queste virtù.

Ma non sono le uniche. Tra le figure allegoriche descritte si muovono cinque piccoli putti, tre dei quali rappresentano altre virtù: quelle teologali, concesse da Dio all’uomo. La Fede rappresentata dal putto che indica il cielo, la Carità che raccoglie i frutti dal ramo della Fortezza, e infine la Speranza, il putto con la fiaccola accesa. Ed è questa fiaccola che in un modo o nell’altro dobbiamo tenere accesa anche oggi, dopo più di cinquecento anni.

Nicola Attinasi

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