Focolai nascosti: la difficile guerra contro il COVID-19 negli Istituti penitenziari italiani.

Il bollettino stilato il 2 aprile dal Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale (d’ora in avanti semplicemente “Garante”) fornisce i dati ufficiali sulla situazione all’interno degli istituti penitenziari italiani nelle more dell’emergenza sanitaria da COVID-19: 21 sono i contagi accertati, circa 380 i detenuti sottoposti a quarantena cautelare e, purtroppo, un deceduto.

Sarebbe un errore, infatti, rappresentare le comunità penitenziarie come contesti chiusi e, pertanto, impermeabili, senza considerare quanti, per ragioni di servizio (agenti di polizia penitenziaria e operatori) o in virtù del trattamento penitenziario loro destinato (detenuti in semilibertà, beneficiari di permessi ovvero ammessi allo svolgimento di attività di volontariato extramoenia) o perché familiari in visita, accedono dall’esterno alle Strutture.

I numeri, d’altro canto, pur se ancora contenuti, preoccupano soprattutto per le condizioni di patologico sovraffollamento degli Istituti ove con estrema semplicità potrebbe diffondersi un virus che ha già dato chiara dimostrazione della propria alta contagiosità. A conferma di ciò intervengono i dati resi noti dal Ministero della Giustizia che evidenziano come il 29 febbraio il numero dei soggetti ristretti nelle carceri italiane ammontasse a 61.230, a fronte di una capienza massima pari a 50.931 (secondo il Garante la capienza massima effettiva è di 47.482[1]).

Spazi che quindi risultano insufficienti già per la gestione delle situazioni “ordinarie” appaiono difficilmente riorganizzabili quando la principale esigenza diventa quella di garantire il distanziamento tra detenuti. Come riferito dal Garante, pur avendo 156 Istituti penitenziari allestito 210 sezioni di isolamento precauzionale[2], tuttavia “la tipologia delle stanze di questi reparti varia da istituto e istituto e in taluni casi non corrisponde al significato specifico della parola isolamento. Per esempio, un reparto di un Istituto a tal fine destinato è costituito da cinque stanze di cui quattro sono a tre letti e una a due letti e ospitano 14 persone”[3].

L’estrema delicatezza della questione, che non acquisisce rilievo solo a livello nazionale ma che è di estremo interesse anche per gli altri paesi europei, ha indotto il “Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti” (CPT), istituito in seno al Consiglio d’Europa, a intervenire lo scorso 20 marzo tramite l’approvazione di una Dichiarazione di principi relativa al trattamento delle persone private della libertà personale nel contesto della pandemia di Coronavirus. Le indicazioni ivi contenute sono dirette, innanzitutto, a “rammentare a tutti gli attori coinvolti la natura assoluta e cogente del divieto di tortura e di trattamenti inumani e degradanti” pur nell’ambito dell’emergenza sanitaria in atto, nonché a incentivare il rispetto, anche nel contesto penitenziario, delle misure precauzionali individuate dall’OMS e dalle autorità nazionali e a favorire un maggiore ricorso a misure alternative alla detenzione carceraria, monito, quest’ultimo, che “assume una natura imperativa in particolare in situazioni di sovraffollamento carcerario”.

Ed invero, già prima che il CPT formalizzasse le proprie indicazioni, l’Italia ha adottato numerose misure di contenimento del rischio di diffusione dell’epidemia intramoenia, mediante l’impegno congiunto del Legislatore, della Magistratura di Sorveglianza e dell’Amministrazione penitenziaria.

Dette soluzioni si muovono lungo due direttive ben precise: ridurre il numero degli ingressi dall’esterno; favorire una sostanziosa riduzione delle presenze all’interno degli Istituti.

La riduzione dei movimenti dall’esterno all’interno degli Istituti penitenziari.

La riduzione del rischio di accesso di soggetti portatori della patologia è stato il primo degli obiettivi perseguiti soprattutto dall’Amministrazione penitenziaria. Già dagli inizi di marzo è stata disposta la sospensione dei colloqui diretti con i familiari, che, com’è noto, è stata la causa scatenante di violenti proteste all’interno degli Istituti. Invero, la sostituzione delle visite con le video-comunicazioni e con l’aumento del numero di telefonate previste dalla legge richiede non solo un enorme sforzo organizzativo, ma, altresì, il ricorso a risorse di cui l’Amministrazione non sempre è in possesso.

Incontro ad un’eguale sospensione sono andate anche le attività di volontariato esterno espletate dagli internati, ai sensi dell’art. 20 ter della L. 26 luglio 1975, n. 354 (la c.d. Legge sull’ordinamento penitenziario), nonché gli eventuali permessi premio già concessi dalle Autorità giudiziarie.

Dal canto suo, il Legislatore, all’art. 124 del D.L. 17 marzo 2020, n. 18 (il c.d. decreto “Cura Italia”), ha previsto una deroga all’ordinaria durata delle licenze a favore dei condannati ammessi al regime della semilibertà, e ciò sino al 30 giugno 2020. In questo modo, infatti, si evita il reingresso giornaliero all’interno degli Istituti di una porzione, seppur esigua[4], della popolazione carceraria.

Pochi sono gli strumenti di controllo per i “movimenti obbligati” degli agenti di Polizia e degli operatori penitenziari, per i quali rimangono ferme le precauzioni ordinarie e per cui si auspica un aumento delle risorse, con specifico riguardo ai dispositivi di protezione personale.

Detenuti in protesta presso la Casa Circondariale “San Vittore” di Milano, il 9 Marzo.

La riduzione del numero dei detenuti.

Col bollettino del 2 aprile, il Garante ha reso noto il numero dei detenuti presenti all’interno delle Strutture, pari a 57.097, in evidente calo rispetto ai dati di inizio emergenza.

Le ragioni di tale deflazione dipendono da una serie di fattori riconducibili al lavoro combinato del Legislatore e della Magistratura di Sorveglianza.

Sul versante normativo, oltre alla già menzionata misura afferente alla durata delle licenze a favore dei semiliberi, va annoverata anche la previsione dell’art. 123 del Decreto “Cura Italia” che modifica, in senso ampliativo e comunque sino al 30 giugno, le condizioni di accesso a una delle varie forme di detenzione domiciliare disciplinate nel nostro ordinamento, e cioè quella di cui alla L. 26 novembre 2010, n. 199.

Il beneficio, ordinariamente accessibile ai detenuti con pena residua non superiore ai diciotto mesi, sempreché non rientranti tra le categorie escluse (ad esempio, perché in esecuzione di condanne intervenute per specifiche tipologie di reati ovvero perché delinquenti abituali, professionali o per tendenza), risulta, alla luce della modifica pro tempore intervenuta, di più agevole concessione, perché non è più richiesta la valutazione da parte dell’Autorità Giudiziaria né dei profili di meritevolezza (l’Istituto di pena non è chiamato a trasmettere le risultanze dell’osservazione scientifica intramuraria del reo), né dei profili di opportunità, in termini di rischio di fuga o di recidiva. Tuttavia, nel tentativo di bilanciare siffatte aperture, la norma prevede il ricorso al braccialetto elettronico per i detenuti che, pur avendo avuto accesso alla misura, devono ancora scontare una pena superiore ai sei mesi.

Al momento, tuttavia, si registra la parziale operatività del beneficio, e ciò per due differenti ragioni: da un lato, la difficoltà di reperire nell’immediato un alto numero di strumenti di controllo a distanza; dall’altro, la mancanza di adeguate strutture pubbliche disponibili ad accogliere quanti siano privi di un domicilio effettivo e idoneo.

Non può sottacersi, d’altro canto, che un ulteriore fattore ha inciso, seppur indirettamente, sulla riduzione del numero dei detenuti presenti negli Istituti. La ricalendarizzazione delle udienze presso i Tribunali di Sorveglianza ha prodotto il rinvio d’ufficio di tutti i procedimenti instaurati nei confronti di chi, ai sensi dell’art. 656 c.p.p., si trovi momentaneamente in stato di libertà perché destinatario di un ordine di carcerazione contestualmente sospeso dalla Procura della Repubblica competente, in attesa proprio della decisione dell’Autorità giudiziaria sull’eventuale concessione di misure alternative alla detenzione. Tale situazione di stallo comporta l’ovvia riduzione dei nuovi accessi. Riduzione che, tuttavia, non è sinonimo di annullamento degli ingressi, che possono dipendere da numerosi ulteriori fattori (ordini di esecuzione non sospendibili, restrizioni carcerarie per finalità cautelari, trasferimenti da altri Istituti di pena) e che, rappresentando potenziali fonti di rischio, vengono gestiti tramite le risorse sanitarie delle Strutture e le già citate, seppur non sempre adeguate, zone di isolamento.

Un problema irrisolto.

Il ricorso a mezzi ordinari, pur parzialmente riadattati, per fronteggiare una situazione straordinaria non sembra al momento aver dato i risultati sperati. Poche e chiare appaiono, infatti, le risultanze della ricostruzione appena conclusa: il COVID-19 è presente negli Istituti di pena e troppo alti sono i numeri della popolazione carceraria per immaginare di gestire adeguatamente all’interno delle Strutture sia la fase preventiva, sia quella di un eventuale focolaio, che avrebbe conseguenze assolutamente imprevedibili.

Sebbene l’impegno profuso, infatti, il Garante non ha mancato di ribadire “la necessità di intervenire con strumenti più incisivi di natura legislativa”.

Sin dalla famigerata sentenza dell’8 gennaio 2013, nella causa Torreggiani e altri c. Italia, con cui la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha messo nero su bianco tutti i limiti del sistema penitenziario nazionale, si è cercato di lavorare soprattutto a livello legislativo quantomeno per sanare il gravoso problema del sovraffollamento. A dire il vero, pur essendovi state delle oggettive migliorie, non si è raggiunto l’obiettivo della completa risoluzione, vogliasi per ragioni legate alle risorse finanziarie disponibili, vogliasi per l’assenza di provvedimenti davvero coraggiosi, anche se impopolari.

Ed oggi si ha ancora una volta modo di appurare quali siano i rischi, anche solo potenziali, del sovraffollamento, specie se letto unitamente all’esiguità delle risorse, soprattutto umane, di cui dispone l’Amministrazione penitenziaria e alle generali condizioni in cui versano molti Istituti di pena. Il pericolo che si ingenerino epidemie intramoenia, oltretutto, non è sconosciuto al nostro sistema, sia perché sostanzialmente prevedibile, in ragione delle condizioni di ordinario assembramento che rappresentano terreni fertili alla diffusione di patologie soprattutto di natura virale, sia perché non sono mancati casi concreti, da ultimo, ad esempio, il focolaio di tubercolosi scoppiato a metà febbraio presso la Casa Circondariale di Agrigento.

Rebus sic stantibus, non appare fuor di luogo richiedere al Legislatore un autentico “atto di coraggio”. Invero, le novelle del Decreto “Cura Italia” non si sono rivelate sufficienti perché eccessivamente soppesate a ragioni di pubblica sicurezza così come percepite dal sociale, più che nella loro dimensione effettiva.   

E se si ritiene meritevole di un plauso l’intervento sulla detenzione domiciliare, d’altro canto non si può non sottolineare che una maggiore efficacia si sarebbe ottenuta di certo mediante l’ulteriore ampliamento dei criteri di accesso, specie tramite l’innalzamento del tetto pena. Ne sarebbe davvero scaturito un aggravio per la pubblica sicurezza, alla luce anche del ricorso al braccialetto elettronico, tanto intollerabile da non poter trovare giustificazione nella primaria esigenza di tutela della salute all’interno delle comunità penitenziarie?

Insomma, la sensazione è che si stia procedendo “a pezze e preghiere”, nella speranza (quella sì, davvero condivisa!) che la situazione non degeneri.

E se così dovesse essere?

Forse, a quel punto, un provvedimento di indulgenza generale sarebbe l’unica opzione possibile, con la differenza che, se fosse adottato oggi, si tratterebbe di una misura di prevenzione, mentre, qualora venisse adottato a focolaio scoppiato, si tratterebbe di un (goffo!) tentativo di riparazione.

Francesco Giacalone


[1] Dato riportato nel Bollettino stilato dal Garante il 2 aprile 2020.

[2] Dato riportato nel Bollettino stilato dal Garante il 2 aprile 2020.

[3] Così si legge nel Bollettino stilato dal Garante il 26 marzo 2020.

[4] Gli ultimi dati rielaborati dal Ministero della Giustizia il 30 novembre 2018 evidenziano che, con riguardo alle sole misure alternative alla detenzione, a fronte delle 16.555 concessioni di affidamenti in Prova al Servizio Sociale, ovvero alle 10.696 detenzioni domiciliari, solo 876 risultano essere i condannati in semilibertà. Tali numeri, sebbene risalenti, sono comunque indicativi di un trend capace di dare atto dell’effettiva portata deflattiva del provvedimento di cui si discorre.

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