Se la quarantena ci fa riscoprire un nuovo modo di essere umani

È in questo Marzo 2020 che per la prima volta la nostra generazione, la generazione dei nati dopo le guerre mondiali, sta incontrando la Storia.

La Storia la incontriamo nelle strade deserte, nei cartelli che, tappezzando le porte a vetri di tutte le farmacie della città , recitano: “NO MASCHERINE”, nelle file interminabili fuori dai supermercati, in tutte le distanze abissali che ci separano l’uno dall’altro ma che forse ci stanno rendendo più vicini di quanto non siamo mai stati.

Foto di Nicola Greco
https://rcvreportconfidenzevirali.wordpress.com/
Foto di Irene Puma

Forse stanno crollando tutte le barriere che di solito mettiamo tra noi e gli altri. Crollano quelle emotive, forzate ed abbattute da quelle nuove: fisiche e imposte.
Durante i pomeriggi interminabili da qualche appartamento parte della musica: il vicinato si ritrova sui balconi. Ci si guarda, ci si saluta, ci si sorride. Si sta così, insieme, a guardarsi da un palazzo all’altro e a chiedersi quando finirà tutto questo.

Foto di Irene Puma

Perché tutta questa voglia di vedersi, di guardarsi, di salutarsi?
Forse per riempire con la musica, con questo nuovo sentimento di unità il vuoto colmo di incertezza su cui galleggiamo. Confusi.

Facciamo un passo indietro. Cosa stava accadendo prima del lock-down del Bel paese, prima che questo nemico dall’ordine di grandezza di nanometri arrivasse a scompaginare la nostra quotidianità?

C’erano le morti nelle acque del nostro mare. C’era chi diceva “chiudete i porti e aprite le gambe”. Chi definiva il cambiamento climatico una bufala, pavoneggiandosi a maniche corte sotto ai 20°C del sole di Febbraio. C’erano corse sfrenate, frenetiche, verso cosa poi? Chissà. C’era una vita fatta di profitto, giornate di lavoro sfiancanti e studio matto. Per laurearsi, per iniziare a lavorare nei tempi “giusti”, per poter comprare la TV ottantadue pollici 4k e la villa al mare.
Eravamo esseri umani? A fingerci sordi agli echi delle guerre lontane. Sordi alle grida di dolore di tutti i mutilati vittime delle mine antiuomo “made in Italy“, a tutto quello che ci piaceva dimenticare persi tra un aperitivo e una sbronza nei locali del centro. C’era un frastuono assordante che non ci permetteva di pensare.

Ed è proprio allora che arriva un minuscolo ammasso di membrane biologiche e materiale genetico a denudarci, a metterci di fronte alla – improvvisamente tangibilissima – possibilità di morire, di perdere tutto quello che conosciamo per come fino ad ora lo abbiamo conosciuto.

Tale possibilità la tocchiamo con gli occhi, la sentiamo nell’eco delle strade deserte, nel silenzio interrotto solo dalle sirene delle ambulanze. Nell’abbaiare dei cani che, dal palazzo in fondo alla strada, si alza verso il cielo mischiato all’inno di Mameli.

Una volta un filosofo scrisse “Quando si pattina sul ghiaccio sottile, l’unica salvezza sta nella velocità”. Il nostro mondo liquido, il mondo in cui navigavamo, cercando di stare a galla tra le mille fragilità ed insicurezze della contemporaneità, è stato fino ad ora quel ghiaccio sottile. La velocità è stata la nostra salvezza. O meglio: è stata il nostro φάρμακον (pharmakon), medicina e veleno al tempo stesso.
Medicina perché ci ha forse salvati dalla perdita – collettiva – dell’integrità del nostro “io” interiore. Veleno perché, come tanto bene ci insegna Kundera, “il grado di velocità è intensamente proporzionale all’intensità dell’oblio“. Correvamo e ad ogni falcata dimenticavamo il nostro essere umani.

“ci dovevamo fermare. / Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti / ch’era troppo furioso / il nostro fare.”

E di fatti ci siamo fermati.

Un contrappasso? Ora abbiamo tutto il tempo necessario per pensare. Un tempo che si dilata nei piccoli spazi che ci sono ancora concessi: il corridoio, il balcone, i passi che separano la nostra stanza da letto dal bagno. Questi sono i nostri “nuovi” spazi franchi.

È in questa incertezza, in queste distanze ora troppo piccole ora troppo grandi e siderali che ricordiamo di essere umani. In tutta la nostra fragilità e dunque in tutta la nostra bellezza.

Noi: eroi contemporanei che, come Edipo, improvvisamente ci siamo trovati di fronte alla fallacità del nostro essere.

Siamo stati sfrattati dall’Olimpo e solo ora sembriamo sapere di non essere onnipotenti.

Vediamo una morte invisibile che si posa sulle strade e ricordiamo, finalmente, di essere tutti della stessa specie. Di essere, nella morte, tutti uguali.

Foto di Lucia Campo

È questa la consapevolezza che dobbiamo tenere stretta al petto quando ci affacciamo dai balconi e ci sorridiamo per le strade.

The killer in me is the killer in you
[My love]
I send this smile over to you

Grazie ad Olga Manna.

Maria Francesca Saija

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